MEDICINA DEL 1500 

La rinascita nel '500 degli studi di anatomia del corpo umano trova uno dei suoi più validi esponenti in Andrea Vesalio, nato a Bruxelles nel 1514 (il suo vero nome era van Wiesel). Egli insegnò questa disciplina all'Università di Padova, dove compì un gesto davvero rivoluzionario per quel tempo: scese dalla cattedra per insegnare agli studenti direttamente dal tavolo anatomico, non più leggendo i testi di Ippocrate e di Galeno.

Vesalio compendiò le proprie osservazioni nel famoso testo De humani corporis fabrica, pubblicato nel 1543, contenente preziose illustrazioni di Calcar (Kalkar), allievo del Tiziano. In esso ridescrive (con qualche inevitabile imprecisione) tutta l'anatomia del corpo umano, facendo via via rilevare, pur senza calcare la mano, gravi errori commessi da Galeno per quanto riguarda in particolare l'anatomia del fegato, dell'utero e dei mascellari. Descrive tra l'altro, per la prima volta, il decorso delle vene e l'anatomia del cuore, dichiarando apertamente di non aver visto quei fori del "setto" esistente tra parte sinistra e parte destra del cuore attraverso i quali -come si sosteneva da secoli- il sangue dovrebbe passare dal ventricolo destro al sinistro. Indica inoltre per primo la forma dello sterno e il numero delle ossa che compongono l'osso sacro, descrive con grande precisione i menischi articolari della mano e del ginocchio, e individua il corpo luteo dell'ovaio.

Ma le sue osservazioni e scoperte non furono bene accette agli studiosi e ai politici del tempo. Tanto che il grande anatomista fu costretto a lasciare l'Italia, rifugiandosi in Spagna. Sarebbe poi morto in un naufragio durante un pellegrinaggio a Gerusalemme.

La sua eredità all'Università di Padova fu raccolta dal giovanissimo allievo Realdo Colombo, che, pur avendo avuto una vita quantomai breve (poco più di una quarantina d'anni), lasciò un'opera memorabile di anatomia (De re anatomica), specie nelle parti riguardanti la descrizione della pleura, del peritoneo e del cristallino: a lui si deve la scoperta della circolazione polmonare.

Un vivaio decisamente inesauribile, quello della scuola di Padova. A Realdo Colombo successe l'appena ventottenne Gabriele Falloppio, al quale resta legata la scoperta delle tube uterine (tube di Falloppio) e di alcune strutture anatomiche nel viso; a lui si deve anche l'introduzione di termini anatomici tuttora in uso come vagina, placenta, coclea, labirinto, palato e velo palatino.

Anche Falloppio morì giovanissimo, a 39 anni. Apparve allora sulla scena Gerolamo Fabrizio d'Acquapendente, venticinque anni, il cui primo atto come Direttore della cattedra di Anatomia di Padova fu di far costruire a proprie spese un teatro anatomico (tuttora esistente). La sua fama oltrepassò ben presto le mura della città, e da ogni parte d'Europa gli studenti facevano a gara per andare a studiare da lui: tra questi un inglese poco più che ventenne, William Harvey, al quale si dovrà la scoperta della circolazione del sangue.

G. Fabrizio fu una vera fucina di idee: migliorò notevolmente le conoscenze in embriologia e nella patologia delle vene, ideò numerosi strumenti chirurgici, e formulò il precetto che il miglior chirurgo è quello che taglia meno e con maggior cautela.

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Ma non soltanto in Italia l'anatomia diveniva finalmente scienza. Anche in Francia vi fu un grande fermento in questo campo, ispirato dal rinnovato spirito di verifica e di ricerca. Uno dei maggiori esponenti di questo revival dell'anatomia fu Silvio, che molti considerano tuttora erroneamente un italiano.

In realtà si chiamava Jacques de la Boë (cioè Del Bosco), ed era nato ad Amiens nel 1478: ma per quella mania di allora -giunta sino alle soglie del XX secolo- di latinizzare i nomi, anche lui non resistette alla tentazione di cambiare il proprio nome in Sylvius Ambianus.

Pur essendo indubbiamente il primo anatomista del suo tempo, gli viene indebitamente ascritto il merito della scoperta di quell'arteria "silviana", di quella "scissura" e di "quell'acquedotto di Silvio", che saranno invece descritti più di un secolo dopo dal suo omonimo Silvio: ma quest'ultimo si chiamava François (Franciscus), e per di più era nato ad Hanau.

Pur essendo la chirurgia -come si è detto- solitamente praticata da chirurghi-barbieri di discutibile cultura, ci fu ugualmente chi riuscì a diventare famoso: il francese Ambroise Paré, considerato il padre della moderna chirurgia.

Al barbiere-chirurgo era concesso solo far salassi e coppettazioni, applicare sanguisughe e radere barba e capelli. Ma il destino di Paré era evidentemente quello di far pratica sui campi di battaglia. E nella sua prima esperienza come "chirurgo di veste corta" nell'esercito francese (assedio di Avigliana) fece una scoperta di non poco conto: trattando le ferite non con olio bollente (ne era rimasto a corto) secondo l'uso arabo corrente, ma con un semplice miscuglio di albume d'uovo, si accorse che i pazienti non solo soffrivano di meno, ma guarivano più speditamente.

Tornato a Parigi, scrisse nel 1545 un piccolo libro sul Metodo di trattare le ferite da archibugio e da altri bastoni da fuoco. Scritto in francese (l'unica lingua a lui nota), il libro fu immediatamente tradotto in olandese, divenendo ben presto il vademecum dei chirurghi degli eserciti francese, italiano, tedesco e spagnolo. Seguì, quattro anni dopo, un libro di anatomia destinato ai chirurghi.

La fama del Paré raggiunse il re Enrico II di Francia, che lo fece accogliere nella Confraternita di S. Cosma come Maestro di Chirurgia, "chirurgo di veste lunga" equiparato come rango sociale al medico. Ciò suscitò le immancabili ire dei professoroni togati della Sorbona i quali non potevano tollerare di aver tra loro un collega assolutamente digiuno di latino.

Dopo aver (invano) assistito Enrico II ferito a morte nella giostra con Gabriel de Montgomery (questi gli aveva infilato la lancia nell'occhio sinistro) Paré divenne dapprima chirurgo di Francesco II, poi di Carlo IX, infine di Enrico III.

A parere degli storici, le Opere del Paré ebbero sulla chirurgia lo stesso impatto di quelle di Vesalio sull'anatomia. Egli realizzò arti e occhi artificiali, nuovi tipi di pinze emostatiche, sottolineò l'importanza del massaggio, indicò la sifilide come causa di aneurisma, descrisse la lues congenita. Il suo maggiore contributo è tuttavia rappresentato dal fatto di aver praticato sistematicamente -e di aver insegnato- la legatura dei vasi sanguigni sia per arrestare le emorragie che durante l'amputazione, pur senza attribuirsene la priorità.

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Il termometro ad alcool Galileo lo aveva chiamato "scherzìno", poco più che un giocattolo. Ma Santorio (1561-1636) lo prese sul serio, e pensò di misurarci la febbre. Ne ideò addirittura tre tipi: uno dotato di un gran bulbo da tenersi in mano, l'altro a forma di imbuto, ad un'estremità del quale il paziente respirava, il terzo adatto a tenersi in bocca.

L'interesse di Santorio per la temperatura corporea e le sue variazioni era evidentemente molto spiccato. Nella sua opera più famosa, De medicina statica aphorismi (1614) è riportata la famosa stadera a seggiola con la quale egli effettuava le sue misurazioni pesando il soggetto prima e dopo i pasti e dopo attività fisica di vario tipo. Osservò in tal modo che gli "escreti" prodotti dopo ingestione di una quantità ben pesata di alimenti pesavano meno di detta quantità, prova che il cibo non viene completamente eliminato con le feci, le urine e la traspirazione visibile, ma che almeno una parte del cibo stesso o della sua potenziale energia viene eliminata secondo altri meccanismi, che lo studioso istriano chiama perspiratio insensibilis. Queste osservazioni rappresentano il primo studio controllato di quel che è per noi oggi il metabolismo basale.

Santorio inventò anche un apparecchio, il pulsilogio, per misurare la pulsazione delle arterie, nonché un letto ad acqua per la cura di alcune malattie della pelle.

Il fervore innovativo che caratterizzò la Medicina del XV secolo, premessa essenziale alla futura medicina scientifica, ebbe tuttavia anche i suoi eccessi. Ne è esempio un personaggio che la storia non ha ancora ben stabilito se definire medico o stregone, genio o imbroglione. Il suo nome: Paracelso. Ma in realtà si chiamava Filippo Aurelio Teofasto Bombasto von Hohenheim, uno svizzero figlio di un medico delle miniere di Villach.

Conosceva molto bene i metalli, tanto da essere convinto che, poiché questi sono partoriti dalla Terra -la quale partorisce anche l'uomo- debbono svolgere un ruolo fondamentale nella costituzione del corpo umano, e di conseguenza possono ristabilire la salute in caso di malattia.

Paracelso è l'esponente di quella rivoluzione culturale che portò molti uomini di scienza a contrapporre alla "falsità" del sapere insita nei "sacri testi" la "verità" dell'esperienza diretta e della tecnica imitativa della Natura.

Il suo primo colpo di piccone fu diretto, naturalmente, contro i classici -primi tra tutti Galeno e Avicenna- che imperavano incontrastati da secoli.

Paracelso vuole demolire i dogmi intoccabili, e rimettere tutto in discussione. Per lui la figura del medico è polimorfa: questi difatti non dev'essere soltanto medico, ma anche alchimista ("e in ciò è simile al fornaio che cuoce il pane") e chirurgo. Non dev'esservi separazione tra medici e chirurghi, né il medico dev'essere "spagirico", cioè tutta analisi e sintesi.

Anche in terapia, Paracelso aveva idee tutte sue. Per trattare le ferite da freccia o da proiettile, in luogo dell'estrazione consigliava di applicare empiastri, fidando che il pus che si sarebbe immancabilmente formato avrebbe provveduto da sé ad espellere il corpo estraneo. Inventò addirittura un unguento fatto di muschio cresciuto in un teschio vuoto con l'aggiunta di grasso e sangue umano, olio di rose e di semi di lino e bolarmenico. "Se avete da curare una ferita -dice testualmente- immergete una scheggia di legno nel sangue, e quando è asciutto immergete il legno nell'unguento: potrete curare il paziente dieci o venti miglia lontano se ne avete il sangue".

Era questo l' "unguento dell'arma", basato su di un'antica superstizione comune alla medicina popolare di molti Paesi, ma che fu continuata per qualche altro secolo. Contro il ballo di S. Vito Paracelso consigliava di gettare il paziente nell'acqua fredda, mentre contro i parassiti intestinali somministrava lo stagno.

Circa le cause delle malattie, egli ruppe con l'opinione della tradizione secondo cui esse sono dovute a un disquilibrio dei quattro umori fondamentali, sostituendola con la sua teoria di cinque entità o principi attivi: l'ens astrale, l'ens veneni, l'ens naturale, l'ens spirituale e l'ens dei.

Mentre il primo è l'influenza delle stelle, il secondo lo spiega partendo dall'assunto che ogni cibo contiene sia nutrimento che veleno, i quali vengono scissi nello stomaco dall'archaeus: se tale scissione non avviene correttamente, si producono le "malattie tartariche", cioè la gotta, la renella e i calcoli urinari.

Inoltre, mentre l'ens naturale è anch'esso sotto l'influenza delle stelle, quello spirituale lascia ammettere che lo spirito possa soffrire come il corpo, e quindi ammalarsi. Infine, nell'ens dei è insito il concetto che la salute dell'uomo dipende dalla volontà di Dio.

Paracelso scrisse anche un trattato sulla sifilide, nel quale mostra una conoscenza molto profonda della malattia, e un altro sul trattamento delle ferite, nel quale insegna che i tessuti stessi contengono il loro balsamo guaritore. Inoltre, nel libro sulle Malattie che privano l'uomo della ragione (uno dei primi trattati sulle malattie mentali), descrisse tra l'altro l'epilessia e la mania.

Ma non erano tutte fandonie. Anche se in modo nebuloso, Paracelso ha preconizzato i rapporti tra cretinismo e gozzo endemico, ha popolarizzato le tinture e gli estratti alcolici, ha diffuso l'uso del mercurio, del piombo, dello zolfo, del ferro, dell'arsenico, dell'antimonio, del solfato di rame e della belladonna. Ha anche introdotto l'uso del laudano, che -si dice- portava nascosto nel pomo della famosa spada che mai abbandonava e che gli era stata donata da un boia "molto esperto nel decollare". Forse del laudano aveva appreso l'uso a Venezia, dove già da tempo veniva elaborato e purificato.

Diversamente dall'Italia e dalla Francia che nel '500 già contavano numerose Università di lunga tradizione, la Germania e i paesi di lingua tedesca risentirono più tardivamente dell'influenza del Rinascimento essendo le loro Università relativamente più giovani o meno numerose.

L'Università di Praga era stata fondata nel 1347, Heidelberg nel 1386, Lipsia nel 1409. E mentre a Pavia o Padova v'erano nel 1467 ben trentacinque insegnanti, nello stesso periodo Heidelberg ne contava soltanto uno. Molto modesto anche il numero degli studenti di medicina, che preferivano venire in Italia.

Ma anche la Germania partorì nel XVI secolo medici di chiara fama che lasciarono la loro impronta nella Storia della Medicina. Uno dei tanti: Eucharius Rösslin, dapprima farmacista, poi medico a Francoforte nel 1506, che scrisse il famoso Der Swangern Frawen und Hebammen Rosengarten (1513), dedicato alle donne gravide e alle levatrici, il primo libro a stampa interamente dedicato all'ostetricia.

Anche la chirurgia ebbe numerosi esponenti di spicco. Se nei Paesi di lingua tedesca i chirurghi erano, come nel resto dell'Europa, considerati appartenenti ad una classe inferiore della società comprendente anche i barbieri, i cavadenti e i ciarlatani girovaghi, a Strasburgo essi godevano invece di alta considerazione e formavano una casta molto stimata. Tra costoro emerse Hieronymus Brunschwig, autore di quel celebre Buch der Cirurgia Hantwirkung der Wundartzaney che riscosse molto successo: nel capitolo sul trattamento delle ferite, l'A. consiglia di rimuovere schegge di ferro dall'occhio con l'aiuto di una calamita, nonché l'impiego di una pozione antidolorifica e ipnotica a base di giusquiamo, oppio, mandragora e altri ingredienti.

Non meno interessante il Feldtbuch der Wundartzeney di Hans von Gerssdorff (Hans il Guercio), chirurgo militare che combatté tra l'altro nella campagna di Nancy dove fu ucciso Carlo il Calvo. La preferenza egli la dà al trattamento delle ferite da guerra (estrazione di frecce e di proiettili); ma Gerssdorff mostra anche grande interesse per gli strumenti chirurgici, alcuni dei quali da lui stesso ideati. Una delle sue trovate più ingegnose era un dispositivo a tubo che serviva per applicare un filo da sutura per strangolare alla base molti tumori nascosti, prima di inciderli.

Eseguiva le amputazioni previa applicazione del laccio emostatico per prevenire le emorragie, seguìta dall'applicazione di vescica di bue o di maiale per ricoprire il moncone.

Gerssdorff ideò infine un metodo di correzione delle deformazioni della mano.

E' a questo punto opportuno citare Wilhelm Fabry, unanimemente considerato il "padre della chirurgia in Germania". E' meglio noto come Fabricius Hildanus (era nato a Hilden, vicino a Düsseldorf), e fu in verità il primo chirurgo tedesco istruito e "scientifico", in netto contrasto con l'abituale figura del barbiere-chirurgo nomade, rude e il più delle volte incolto.

Fabry dichiarò guerra a tutto ciò che voleva legare la stregoneria alla medicina; ed ebbe la buona idea di documentare oltre seicento casi, che pubblicò nelle Observationen, lasciandoci così una preziosa documentazione dello stato dell'arte chirurgica in quel periodo. Molte sue osservazioni appaiono oggi notevolmente in anticipo sui suoi tempi, come ad esempio l'opportunità di eseguire l'amputazione attraverso il tessuto sano (diversamente dai contemporanei che preferivano tenersi il più vicino possibile all'area malata, se non addirittura al disotto di questa).

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Ancora più dei Paesi di lingua tedesca, l'Inghilterra per il suo isolamento geografico risentì tardivamente dei fermenti del Rinascimento che scuotevano l'Europa. Furono gli studenti inglesi che rientravano in patria dalle Università europee, specie italiane, ad importare i semi del rinnovamento del sapere medico. Il "restauratore della cultura", come fu chiamato in Inghilterra, fu per antonomasia Thomas Linacre, che nel 1496 s'era laureato in medicina a Padova.

Intorno al 1500 venne chiamato da Enrico VII come tutore e medico del principe Arturo; e quando Enrico VIII salì al trono, Linacre fu nominato medico personale del re, oltre che di alti personaggi della Chiesa e dello Stato. Nel 1509 fu ordinato prete, ma -sembra- solo per meglio dedicarsi ai suoi hobbies letterari.

Il maggior servizio da lui reso alla medicina inglese fu quello di fondare il Royal College of Physicians di Londra, sul modello di istituzioni simili già fiorenti in Italia: difatti Linacre, angosciato dal fatto che a Londra la medicina veniva prevalentemente esercitata da gente ignorante come fabbri, tessitori e donnette di poco conto, persuase il Parlamento a varare una legge che conferisse ai Vescovi la facoltà di dare licenza "per esercitare a Londra e sette miglia intorno", e di punire severamente gli abusivi. Ogni Vescovo nominò così una Commissione di esaminatori per confermare il titolo di medico o di chirurgo solo dopo che il candidato avesse superato gli esami prescritti, ad esclusione dei laureati ad Oxford e a Cambridge, ai quali veniva automaticamente riconosciuto il titolo.

Un altro inglese oriundo da Padova fu John Caius (Keys, Kayse o Keisee: ma ne esiste un'altra decina di versioni), che aveva vissuto per un certo periodo a casa di Vesalio.

Caius contribuì a fondare il primo Collegio medico d'Inghilterra: ottenne infatti nel 1557 il permesso della Corona di fondare a Cambridge il Gonville and Caius College.

Caius è rimasto celebre per la sua descrizione di quella strana malattia che porta il nome di "sudore anglico". Tradusse inoltre dal greco in latino numerose opere di medicina, e "fece parlare Galeno così bene in latino più di quanto Galeno stesso non avesse saputo scrivere in greco". La sua fedeltà alla Chiesa Romana gli fece perdere il posto di medico personale dei sovrani Tudor Edoardo VI, Maria ed Elisabetta.

Anche in Inghilterra non mancarono in questo periodo chirurghi di chiara fama. Nel 1540 la Corporazione dei chirurghi militari e la Compagnia dei barbieri, in seguito ad una delibera del Parlamento, si fusero formando la Compagnia unita dei barbers and surgeons: secondo lo statuto, i chirurghi non dovevano fare i barbieri, e i barbieri non dovevano fare i chirurghi, pur se riuniti nella stessa corporazione. Inoltre, ogni anno "quattro persone condannate a morte per delitto capitale" dovevano fornire i corpi alla Compagnia for anatomies.

Allo scopo, furono nominati un lettore e quattro dimostratori per le lezioni ai circa 1.000 apprendisti. Il primo lettore fu probabilmente Thomas Vicary, "sergente chirurgo del re Enrico VIII" e autore di un Trattato di anatomia.

Non v'è chi non sappia che è stato William Harvey a scoprire nel 1628 la circolazione del sangue.

Però, a voler essere esatti, egli non diede che la dimostrazione di un insieme di fatti che alcuni suoi predecessori avevano già intuito o osservato negli anni immediatamente precedenti, offrendogli in tal modo l'opportunità di razionalizzarli, di sistematizzarli, e appunto, di dimostrarli scientificamente.

Tra questi precursori riveste un ruolo di primo piano lo spagnolo Miguel Serveto, il quale aveva in precedenza documentato certi fatti nientemeno che in un libro di teologia (Christianismi restitutio). Ma è facile spiegare la cosa: per Serveto la fisiologia era una via per conoscere Dio. Egli identificava infatti la vita e l'anima con il sangue. Il sangue è dunque lo spirito: e per conoscere lo spirito occorre conoscere il sangue e sapere come si muove.

Così Serveto riteneva che, poiché il sangue entra (tramite le arterie polmonari) nei polmoni in quantità maggiore di quella necessaria alla nutrizione dei polmoni stessi, deve ritornare al cuore attraverso le vene polmonari dopo essersi mescolato (nei polmoni) con il pneuma.

Ma il suo libro non parlava solo di cuore e di vasi sanguigni. Poneva anche in discussione il dogma della SS. Trinità. Serveto fu così tacciato di eresia dalla reazione calvinista, trascinato al rogo, e arso vivo a Champel nei dintroni di Ginevra nel 1553. Copie della sua opera alimentarono le fiamme. Le altre furono bruciate; tre sole copie, sfuggite al rogo, restano tra i libri più rari del Rinascimento.

Cinque anni dopo la triste fine di Serveto, comparve a Venezia l'opera De re anatomica del cremonese Realdo Colombo, in cui si parlava del movimento del sangue dal ventricolo destro, tramite l'arteria polmonare ("arteria venosa") ai polmoni, e da questi attraverso la vena polmonare ("vena arteriosa") all'atrio sinistro e di qui al ventricolo sottostante.

Una cinquantina di anni dopo, Fabrizio d'Acquapendente compì una scoperta non di poco conto: le valvole venose che negli arti inferiori impediscono al sangue che scorre nelle vene di refluire verso il basso.

Ma ormai la grande scoperta era nell'aria. Mentre Harvey studiava (a Padova, allievo di Fabrizio) e diveniva medico, un aretino di nome Andrea Cesalpino (1524-1603) compiva le prime vere grandi scoperte sulla circolazione del sangue.

Suo merito fondamentale è di aver definito -con la testimonianza del reperto anatomico- che il cuore (e non il fegato) è il centro del movimento del sangue e il punto di partenza delle arterie e delle vene.

Nel 1593 (Cesalpino si trovava a Roma come medico di Papa Clemente VIII) diede la prova della "circolazione" dimostrando che le vene legate in qualsiasi parte del corpo si tumefanno "sotto il laccio, cioè dalla periferia al centro", e che, -aperte, come nel salasso- lasciano fuoriuscire dapprima sangue scuro venoso e poi sangue rosso arterioso.

Era la prova concreta che esisre una corrente centripeta opposta rispetto a quello che, tramite l'aorta e i suoi rami -porta il sangue dal cuore alla periferia.

La conclusione è che nel sistema vasale esistono due correnti opposte.

Sarebbe errato credere che queste scoperte così rivoluzionarie di Andrea Cesalpino siano state accolte con entusiasmo da parte degli studiosi.

Ci furono anche coloro che le accolsero a braccia aperte intuendone immediatamente la portata: ma questi "innovatori" dovettero a lungo scontrarsi con la massa dei conservatori tenacemente abbarbicati al credo galenico. Ne nacquero ampie dispute, che continuarono oltre la fine del secolo e per buona parte di quello successivo.

Vale sottolineare tuttavia che il "circolo" concepito da Harvey non era in realtà completo: egli pensava infatti che dopo aver lasciato le ultime terminazioni arteriose il sangue si disperdesse nei tessuti prima di rientrare nelle venule. Sarà, un secolo dopo, Marcello Malpighi a scoprire l'esistenza dei capillari, che -unendo le terminazioni arteriose con quelle venose- costituiscono il vero anello di giunzione tra sistema arterioso e sistema venoso e che, pertanto "chiudono" il circolo prospettato da Harvey.